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Eduardo nacque a Napoli, il 24 maggio 1900, nel quartiere Chiaia (secondo alcuni in via dell'Ascensione n. 3 e invece per altri in via Giovanni Bausan n. 15), figlio illegittimo dell'attore e commediografo Eduardo Scarpetta (altre fonti) e di Luisa De Filippo (sarta teatrale). A soli quattro anni venne condotto, per la prima volta, sul palcoscenico del Teatro Valle di Roma, portato in braccio da un attore della compagnia di Scarpetta, Gennaro Della Rossa, in occasione di una rappresentazione dell'operetta La Geisha. Crebbe nell'ambiente teatrale napoletano insieme ai fratelli Titina (altre fonti) che aveva già, agli inizi degli anni '10, un suo posto nella compagnia di Vincenzo Scarpetta (uno dei figli legittimi di Eduardo Scarpetta) e Peppino (il più piccolo) che assieme ad Eduardo, di tanto in tanto, veniva convocato per qualche apparizione in palcoscenico.
Nel 1912, i De Filippo, vanno ad abitare in via dei Mille e, sia Eduardo che Peppino, vengono mandati a studiare al Collegio Chierchia a
Foria dove, tra tentativi di fughe ed insofferenze varie, il piccolo Eduardo inizia a dilettarsi nella scrittura, producendo la sua prima poesia, con versi scherzosi dedicati alla moglie del direttore del collegio.
Rientrato a casa parte per Roma, ospite di una zia ed in cerca di indipendenza economica o di qualche lavoretto nell'ambiente cinematografico, ma senza successo.
Tornato a Napoli si cimenta nelle sue prime prove d'attore: prima recita nella rivista di Rocco Galdieri, poi nella compagnia di Enrico Altieri, quindi in altre compagnie come la Urciuoli-De Crescenzo e la Compagnia Italiana. Ed è così che, tra un teatro e l'altro (San Ferdinando, Orfeo, Trianon) conosce Totò, che diventerà suo grande amico.
Nel 1914, Eduardo, entra stabilmente nella compagnia di Vincenzo Scarpetta raggiungendo così la sorella Titina; i due verranno raggiunti, tre
anni dopo, dal fratello Peppino e, con il suo ingresso nella compagnia i tre fratelli si ritroveranno a recitare insieme. Alla fine della guerra,
Eduardo, presta servizio di leva nei Bersaglieri (II Reggimento, di stanza a Trastevere) ed è incaricato dal comando di organizzare piccole recite, di cui è anche autore oltre che attore e direttore di compagnia, per i soldati.
Durante questo periodo matura sempre di più la voglia e la capacità di essere anche autore e regista oltre che attore, giungendo a scrivere nel 1920 la sua prima vera e propria commedia vera e propria: Farmacia di turno, commedia in atto unico dal finale amaro che verrà rappresentata, l'anno successivo dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta.
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Dal fratellastro, Eduardo, eredita, tra l'altro, anche quella severità e quel rigore che lo caratterizzeranno per tutta la vita sul lavoro e nei rapporti con gli altri, caratteristiche sovente enfatizzate da una sorta di leggenda ma che hanno senza dubbio un fondo di verità. In quell'epoca, Vincenzo Scarpetta propone, al suo pubblico, un repertorio essenzialmente basato sulle commedie del celebre padre oltre a ad altre commedie, a spettacoli di rivista e a sparute incursioni nel cinema, riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico.
Nel 1922 scrive "Ho fatto il guaio? Riparerò!" che va in scena al Teatro Fiorentini quattro anni dopo e che prende, in seguito, il titolo definitivo di Uomo e galantuomo; in questa commedia, tra le più comiche del repertorio eduardiano, l'autore introduce dei temi che saranno una costante in numerose opere successive, come la pazzia (vera o presunta) e il tradimento, con un vago sentore pirandelliano che riporta al Ciampa de Il berretto a sonagli seppur seguendo, nella struttura del testo, il modello scarpettiano della farsa tradizionale. Curiosa la citazione che Eduardo inserisce nella commedia, quasi a mo' di rivalsa del lavoro di Libero Bovio Mala nova e che il drammaturgo e poeta napoletano non gradì.
Il rilievo che Eduardo acquisisce nella compagnia di Scarpetta è già notevole nonostante la giovane età; ciò lo porta anche a maturare, specie nelle stagioni teatrali estive, esperienze diverse come le recite con i cosiddetti "seratanti" nel 1921 o come la messa in scena di Surriento gentile, idillio
musicale di Enzo Lucio Murolo opera per la quale Eduardo cura, per la prima volta nella sua lunga carriera, la regia (16 settembre 1922).
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Dopo la morte del padre (29 novembre 1925), Eduardo va a convivere con una giovane di nome Ninì, per la quale compone alcune poesie d'amore (tra cui "E mmargarite), poi raggiunto dal fratello Peppino, che nel frattempo ha recitato con la Compagnia Urciuoli senza alcun positivo riscontro economico e che spera, forse, di poter essere scritturato anch'egli da Scarpetta. Ma Eduardo decide di tentare l'avventura del teatro in
lingua e si fa scritturare nella compagnia di Luigi Carini come attore "brillante" convincendo l'impresario a prendere anche Peppino. Ma Peppino ci ripensa per entrare nella Compagnia Vincenzo Scarpetta come sostituto del fratello. La parentesi dura poco ed Eduardo rientra nei ranghi scrivendo,
nel 1926, Requie a l'anema soja (poi diventata "I morti non fanno paura") in cui recita vestito da "vecchio"; così dirà, molti anni dopo, in un'intervista: «Non vedevo l'ora di diventare vecchio: così, pensavo, non avrò più bisogno di truccarmi. E poi, se faccio il vecchio da adesso, lo posso portare
avanti. Se invece mi metto a fare il giovane, presto diranno: "È invecchiato!"». Il tema della pazzia, stavolta vera e non presunta, torna prepotentemente nella commedia successiva, dal titolo emblematico di Ditegli sempre di sì che la compagnia di Scarpetta rappresenterà per la prima volta nel 1927.
Al termine della stagione teatrale del 1927, Eduardo tenta un esperimento "in proprio", mettendo su una sorta di cooperativa d'attori senza produttore nè finanziatore, e per la quale chiama i fratelli Peppino e Titina a recitare in un sodalizio artistico con Michele Galdieri (amico di Eduardo e
figlio del poeta Rocco); nasce così la Compagnia Galdieri-De Filippo, di cui Eduardo è il direttore, che debutta con successo al teatro Fiorentini di Napoli il 27 luglio con lo spettacolo dal titolo scaramantico La rivista ...che non piacerà.
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In quel periodo Eduardo conosce Dorothy Pennington ("Dodò"), un'americana di Philadelphia di cui si innamora e sposa, a Roma, il 12 dicembre 1928 con il rito evangelico nonostante l'avversione della famiglia di lei. Intanto proseguono i tentativi di mettersi in proprio assiema ai fratelli e ancora
come attore, autore e capocomico lavora nella De Filippo - Comica Compagnia Napoletana d'Arte Moderna. Sempre nel 1928 scrive l'atto unico Filosoficamente che propone una sorta di ritratto della rassegnazione di un piccolo borghese; il testo però è il solo dell'autore napoletano a non essere mai stato portato sulla scena. Nel 1929, usando degli pseudonimi (R. Maffei, G. Renzi e H. Retti), Eduardo e Peppino mettono in scena lo spettacolo comico "Prova generale. Tre modi di far ridere", lavoro in tre atti rappresentato al Fiorentini, con prologo ed epilogo di Galdieri. Numerose saranno, negli anni a venire, le volte in cui Eduardo si firmerà con vari pseudonimi (tra i più noti, Tricot, Molise, C. Consul) al fine di superare le difficoltà che aveva, in quegli anni, a farsi riconoscere i suoi diritti d'autore dagli impresari.
Ben presto Eduardo, Peppino e Titina vengono chiamati dall'impresario della Compagnia Molinari, appena privatasi dell'apporto di Totò che vi aveva recitato, a costituire una ditta autonoma all'interno della compagnia stessa, la Ribalta Gaia, assieme a Pietro Carloni, Carlo Pisacane,
Agostino Salvietti, Tina Pica e Giovanni Bernardi. I tre ottennero un buon successo nella rivista "Pulcinella principe in sogno...". Ed è all'interno dello spettacolo che viene inserita, come sketch, "Sik- Sik, l'artefice magico", tra le commedie più riuscite del periodo giovanile eduardiano, rappresentata al
Teatro Nuovo nel 1929 (secondo alcuni nel 1930). Lo spettacolo, che narra con ilarità malinconica i risvolti amari della vita di un artista tormentato, povero e anche un pò filosofo, ottiene a Napoli un clamoroso successo di critica e di pubblico che viene in parte a mancare nella successiva
rappresentazione estiva a Palermo, dove Titina, inadatta al ruolo per lei non consono di soubrette, viene fischiata.
Eduardo è lanciato verso il successo e collabora, come autore, anche agli altri copioni della Compagnia Molinari
(con Mario Mangini in Follia dei brillanti e La terra non gira, con Carlo Mauro in La
signora al balcone, con Mangini e Mauro in C'era una volta Napoli, Le follie della città, E' arrivato
'o trentuno, S'è 'nfuocato o sole!, Cento di questi giorni e Vezzi e riso).
Nel 1931, finalmente, il sogno dei tre fratelli d'arte di recitare assieme in una compagnia tutta loro diventa realtà. Eduardo fonda, raccogliendo l'adesione dei fratelli, la compagnia del Teatro Umoristico "I De Filippo", che debutta con successo a Roma. Dopo alcune recite a Milano, la
compagnia è a Napoli al Teatro Kursaal (poi Filangieri) dove rappresentano "O chiavino di Carlo Mauro", "Sik-Sik" e, per la prima volta, la commedia scritta da Peppino "Don Rafele 'o trumbone". Vanno quindi in scena l'adattamento "L'ultimo bottone" (di Munos Seca e Garcia Alvarez) e una nuova
commedia scritta da Eduardo dal titolo "Quei figuri di trent'anni fa" (titolo originario, mutato per la censura, "La bisca"). Gli ultimi giorni dell'estate i De Filippo sono a Montecatini dove presentano, senza riscuotere particolare successo, alcuni sketch assieme alla soubrette emergente Ellen Meis, prima di tornare a recitare per l'ultima volta con la Molinari.
Il 1931 è anche l'anno in cui Eduardo presenta, sotto lo pseudonimo di Tricot, "Ogni anno punto e da capo", in occasione di una serata della
festa di Piedigrotta dedicata alla canzone al Teatro Reale, la cui prima rappresentazione avviene al Teatro Nuovo, all'interno dello spettacolo di rivista "Cento di questi giorni", in occasione di una serata in onore del fratello Peppino. La scatenata verve comica dei tre fratelli risaliva alle forme farsesche
dell'antica commedia dell'Arte, che Eduardo conosceva bene avendola studiata e non condividendone la visione che gli studiosi avevano di essa: si dimostrò, infatti, critico verso l'agiografia degli attori che ne veniva fatta.
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La commedia forse più nota di Eduardo, Natale in casa Cupiello, portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931, segna di fatto l'avvio vero e proprio della felice esperienza della Compagnia del "Teatro Umoristico I De Filippo", composta dai tre fratelli e da attori già famosi o giovani alle prime armi che lo diventeranno (Agostino Salvietti, Pietro Carloni, Tina Pica, Dolores Palumbo, Luigi De Martino, Alfredo Crispo, Gennaro Pisano). A giugno Eduardo aveva firmato un contratto con l'impresario teatrale che lo impegnava per soli nove giorni di recite per presentare il suo nuovo atto unico subito dopo la proiezione di un film. Il successo della commedia fu tale che la durata del contratto fu prolungata sino al 21 maggio 1932.
Nata come atto unico (l'odierno 2°atto), Eduardo, aggiunse alla commedia altri due atti, quello di apertura (nel 1932 o 1933) e quello conclusivo (dalla cronologia piuttosto controversa, per alcuni fu scritto nel 1934, secondo altri addirittura nel 1943, secondo un'ipotesi più probabile ed avallata più tardi anche dallo
stesso autore che però definirà, anche più tardi, la commedia come «parto trigemino con una gravidanza durata quattro anni»). Il prolungamento del contratto al Kursaal costringe la compagnia ad un superlavoro, dovendo cambiare spettacolo, praticamente ogni settimana, come di consuetudine in quegli anni di
avanspettacolo dove si recitava subito dopo la proiezione di un film. Numerosi sono i lavori portati in scena: oltre a "Natale in casa Cupiello", la compagnia proponeva sovente "Sik-Sik", "Quei figuri di trent'anni fa" oppure commedie in collaborazione con Maria Scarpetta, sorellastra di Eduardo, come
"Parlate al portiere", "Una bella trovata", "Noi siamo navigatori", "Il thè delle cinque" e "Cuoco della mala cucina". Curioso è l'episodio della parodia di "Cavalleria rusticana" che la compagnia portava in scena e che turbò Pietro Mascagni al punto da farne bloccare le repliche. Nell'estate del 1932, la compagnia si trasferisce al cinema-teatro Reale mietendo un buon successo di pubblico e di critica; i tre fratelli vengono ormai chiamati semplicemente con il loro nome di battesimo, Eduardo, Peppino e Titina.
Proprio quando i piccoli cinema-teatri dell'avanspettacolo iniziano a stare stretti alla compagnia "I
De Filippo" e nello stesso momento in cui Eduardo e Peppino sono impegnati con Tito Schipa nella
lavorazione nel film "Tre uomini in frac" di Mario Bonnard, l'impresario del Teatro Sannazzaro li
scrittura per la stagione del celebre teatro napoletano. Il nuovo sodalizio, che perde Salvietti ma
mantiene, tra gli altri, Carloni e Pisano, vede una maggiore presenza di Titina come prima attrice
della compagnia. Il debutto è datato 8 ottobre 1932 con "Chi è cchiu' felice 'e me!" (due atti di
Eduardo, scritta nel 1929) e "Amori e balestre" (atto unico di Peppino). Si inizia così a formare un
primo "repertorio eduardiano" che la compagnia "I De Filippo" porta sulle scene alternandolo con
lavori scritti da Peppino e Titina stessi o da Maria Scarpetta, Ernesto Murolo e Gino Rocca.
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Eduardo inizia a sentire il bisogno di abbandonare il "provincialismo" napoletano della compagnia e,
anche spinto da benevoli spunti della critica, decide che è giunto il momento per la sua compagnia di
operare il decisivo salto di qualità per iniziare a calcare i più prestigiosi teatri italiani. Fu decisivo, in tal senso, l'incontro casuale con Luigi Pirandello, che ebbe come conseguenze una grande interpretazione dell'opera "Berretto a sonagli" nei panni di Ciampa (1936), la messa in scena di "Liolà" e la scrittura della commedia "L'abito nuovo".
Il 20 dicembre 1944 recitò per l'ultima volta accanto a Peppino, al teatro Diana di Napoli, quindi fondò la nuova
compagnia teatrale che si chiamò semplicemente "Il Teatro di Eduardo".
Nel 1948, egli, acquistò il semidistrutto Teatro San Ferdinando di Napoli, investendo tutti i suoi guadagni nella ricostruzione di un
antico teatro ricco di storia, mentre Napoli viveva una triste stagione all'insegna della più assurda speculazione edilizia. Il San Ferdinando
fu inaugurato il 22 gennaio 1954 con l'opera "Palummella zompa e vola". Eduardo cercò di salvaguardare la facciata settecentesca dello
stabile realizzando all'interno un teatro tecnicamente all'avanguardia per farne una "casa" per l'attore e per il pubblico. Al San Ferdinando
interpretò le sue opere, ma mise in scena anche testi di autori napoletani per recuperare la tradizione e farne un "trampolino" per un
nuovo Teatro. Adottò il parlato popolare conferendo in questo modo, al dialetto napoletano, la dignità di lingua ufficiale, ma elaborò una lingua
teatrale che travalicò napoletano ed italiano per diventare una lingua universale. Non vi è dubbio che l'azione e l'opera di Eduardo De
Filippo siano state decisive affinché il "teatro dialettale", precedentemente giudicato di second'ordine dai critici, fosse finalmente considerato un "teatro
d'arte".
Tra le opere più significative di questo periodo meritano una citazione particolare "Napoli milionaria!"
(1945), "Questi fantasmi!" e "Filumena Marturano" (entrambi del 1946), "Mia famiglia" (1953), "Bene mio e core mio" (1956), "De Pretore Vincenzo" (1957), "Sabato, domenica e lunedì" (1959) scritto apposta per l'attrice Pupella Maggio nei panni della protagonista.
Eduardo non abbandonò mai il suo impegno politico e sociale che lo vide in prima linea anche ad
ottant'anni quando, nominato senatore a vita, lottò in Senato e sul palcoscenico per i minori rinchiusi negli istituti di pena. Nel 1962 partì per una lunga tournée in Unione Sovietica, Polonia ed Ungheria dove poté toccare con mano la grande ammirazione che pubblico ed intellettuali avevano per lui.
Tradotto e rappresentato in tutto il mondo, combatté negli anni sessanta per la creazione, a Napoli, di un teatro stabile. Continuò ad avere successo e nel 1963 gli venne conferito il "Premio Feltrinelli" per la rappresentazione "Il sindaco del rione Sanità" (da cui nel 1997 sarà tratto un film interpretato da Anthony Quinn).
Del 1973 è "Gli esami non finiscono mai", allestito con successo per la prima volta a Roma. Tale commedia gli permise di vincere il "premio Pirandello" per il teatro, l'anno successivo. Dopo aver ricevuto due lauree honoris causa (prima a Birmingham nel 1977 e poi a Roma nel 1980), nel 1981, fu nominato senatore a vita e aderì al gruppo della Sinistra Indipendente.
Quando morì, la camera ardente venne allestita al Senato e dopo le solenni esequie, trasmesse in diretta televisiva e il commosso saluto di oltre trentamila persone, fu sepolto al cimitero del Verano.
Nel teatro italiano la lezione di Eduardo resta imprescindibile, non solo per quanto concerne la contemporanea drammaturgia napoletana (Annibale Ruccello ed Enzo Moscato) e tutta quella fascia di "spettacolarità" tra cinema-teatro-televisione che ha riconosciuto in Massimo Troisi il proprio
campione, ma tracce dell'influenza di Eduardo si riconoscono anche in Dario Fo ed in tutta una serie di giovani "attautori" come Ascanio Celestini (soprattutto in merito al linguaggio) o di personalità sconosciute al grande pubblico che lavorano nell'ambito della "ricerca" (si ricordi ad esempio
Gaetano Ventriglia).
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Dal 1932, Eduardo De Filippo, entrò prepotentemente anche nel mondo del grande schermo, sia come attore che come regista (ed
occasionalmente anche come sceneggiatore). Il suo esordio sul set avvenne con "Il cappello a tre punte" di Mario Camerini (1934) mentre, la sua prima regia, fu "In campagna è caduta una stella" (1940), di cui fu anche interprete.
Amico e collaboratore di Vittorio De Sica, per Vittorio, egli
inventò alcuni personaggi divertenti in alcune pellicole (Tempi nostri e L'oro di Napoli) e curò la sceneggiatura di Matrimonio all'italiana (1964), remake di Filumena Marturano, film diretto da Eduardo nel 1951 con lui e la sorella Titina protagonisti. Nel 1950 diresse e interpretò, con Totò, "Napoli milionaria!".
Dopo la regia di "Spara forte, più forte... non capisco!" del 1966, Eduardo, abbandonò il cinema per dedicarsi alla TV per la quale
ripropose le sue commedie per tutto il decennio successivo e, nel 1984, l'anno della sua morte, interpretò il suo ultimo ruolo: il vecchio maestro nello sceneggiato "Cuore", diretto da Luigi Comencini e tratto dal libro di Edmondo De Amicis.
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La vita privata di Eduardo, frenetica e confusa nel periodo pre-bellico, trovò invece pace e serenità negli anni della vecchiaia.
Tre sono state le donne importanti e straordinarie nella sua vita: Dorothy Pennington (una giovane e colta americana che sposò nel 1928 ma il matrimonio fu annullato nel 1952 con sentenza del tribunale della Repubblica di San Marino, poi convalidata anche da quello di Napoli nel 1955), Thea Prandi (madre dei suoi figli Luisa e Luca, sposata il 2 gennaio 1956) e, infine, Isabella Quarantotti, scrittrice e sceneggiatrice che sposò nel 1977.
Nel corso di pochi anni sopportò gravi lutti familiari; prima la morte della figlia Luisella, nel 1960, poi quella della moglie (da cui si era peraltro separato l'anno prima), nel 1961, ed infine l'addio alle scene (1953) e la morte (1963) di Titina, la sorella da sempre "ago della bilancia" tra le forti
personalità di Eduardo e quella di Peppino.
Il 4 marzo 1974, in seguito a un malore durante una rappresentazione scenica, gli fu applicato un pacemaker, tuttavia il 27 marzo era di nuovo sul
palcoscenico.
Nonostante le voci di riconciliazione con il fratello Peppino, in occasione della malattia di questi nel 1980, ripetute anche di recente dal figlio Luigi: «Anni e anni dopo, quando mio padre si ammalò, avvisai Eduardo. Un po' si fece pregare, ma poi riuscii ad accompagnarlo in clinica; li lasciai da soli. Avevano tante cose da dirsi e poco tempo. Devo ammettere che come famiglia siamo stati molto uniti in scena, ma una volta chiuso il sipario, ognuno faceva la sua vita. Ho continuato a vedere Eduardo anche dopo il litigio.» secondo alcuni scrittori di argomenti teatrali i due fratelli in realtà non riuscirono a ricomporre i propri dissidi. "I giornali scrissero quello che il pubblico voleva leggere".
Anche in occasione della morte di Titina, nel 1963, Eduardo e Peppino avevano litigato accesamente davanti alla sorella defunta e agli attoniti familiari di lei a proposito del luogo di sepoltura. Si è scritto che alla notizia del peggioramento delle condizioni di Peppino, Eduardo andò sì a fargli
visita ma una volta morto il fratello non partecipò alle esequie e la sera, rivolto al pubblico del teatro
Duse di Bologna disse: "Adesso mi manca. Come compagno, come amico, ma non come fratello".
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